Il blog di Carmine Caputo
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 Un crodino, grazie... di Francesco
 
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Siamo tutti nella stessa barca, solo che c'è chi muore di fame nella stiva e chi prende il sole e sorride al timone.

Carmine Caputo
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Progetti per l'estate. Quest'anno...

 Compro un'isola greca e ci passo le ferie
 Viaggio esotico il più lontano possibile
 Capitale europea: breve vacanza ma intensa
 Mare, mare, fortissimamente mare
 Montagna. Ho bisogno di aria fresca
 Centro benessere, Ho bisogno di coccole
 Resto a casa, ho i soldi appena per un'aranciata

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07/09/2010 @ 22.48.50
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\\ Home Page : Storico : Recensioni (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Carmine (del 22/08/2010 @ 16:42:11, in Recensioni, cliccato 14 volte)
Cominciamo col dire che l'inserimento del romanzo "Il tocco della sposa" nella categoria "Mistery" da parte della casa editrice è quantomeno fuorviante. Ci troviamo infatti di fronte ad un romanzo che trae i suoi spunti da quella ricca narrativa umoristica e popolare (nel senso migliore del termine, cioè non elitaria) che va da Guareschi a Calvino fino al più recente Vitali.
Una narrativa leggera, quindi, fresca, talmente piacevole da leggere che un po' ci dispiace essere arrivati in fondo. L'autore è bravo nella scelta dei tempi e nel tratteggio divertito di quadretti rappresentati con cura lessicale (il mio preferito è il dibattito tra i novelli Don Camillo e Peppone sul nome da dare al paese).
È un'opera prima e come tale preserva quella spontaneità e quell'inventiva (magari qualcuno dirà anche un po' di ingenuità) che fanno di questi lavori una categoria a sè stante.
La storia è quella di due coppie, una di giovanissimi adolescenti alle prese con i primi approcci con l'altro sesso, l'altra appena un po' più grande di ventenni universitari. Sullo sfondo, un paese che dopo aver conquistato l'autonomia comunale vuole riscrivere la sua identità, a cominciare dal suo nome. La sposa del titolo è una donna che ha vissuto un amore travagliato in quel paese e di cui si racconta una leggenda che qui non è il caso svelaree che lascio ai fortunati lettori di questo romanzo.
 
Di Carmine (del 06/01/2010 @ 15:24:17, in Recensioni, cliccato 150 volte)
L'immaginario italiano non è mai stato troppo affettuoso nei confronti dei giornalisti, e di consequenza nemmeno le sue declinazioni artistiche quali letteratura o cinema.
Raccomandati, infidi, presuntuosi, corrotti, i giornalisti italiani difficilmente sono rappresentati con intorno a sé quell'aura di eroi civili che invece caratterizza, per esempio, i reporter d'assalto statunitensi. Giusto o sbagliato che sia questo modo di trattare la categoria, Carlo Castelli, l'eroe protagonista dw "La città di cemento", sicuramente ci rende più simpatici gli operatori della carta stampata.
 Dotato del fiuto del detective tipico dei protagonisti della letteratura mistery, ha anche l'idealismo di chi ha rinunciato alla carriera perché non disposto a compromessi e il coraggio di chi è pronto a mettersi in gioco pur di inseguire i percorsi della verità. Certo non è proprio un precario pagato a battute il nostro Castelli, ha una moto sportiva e beve vini di qualità, ma ciò nonostante il lettore non tarderà ad affezionarsi a lui soprattutto perché intorno a lui ci sono altri personaggi che contribuiscono, per contrasto, a delinearne il carattere: il collega con il quale scopre il potere di Internet e dei blog, il direttore del giornale ormai abituato a pensare più ai pubblicitari che ai lettori, i familiari che rimangono sullo sfondo ma la cui presenza è viva nelle scelte del protagonista.
Come per tutti i romanzi gialli non è il caso di raccontare la storia nei dettagli, diciamo solo che siamo a Sassuolo e che lo sfondo è quello degli investimenti immobiliari e delle abitazioni con finiture signorili che stanno invadendo l'Italia con effetti non sempre piacevoli. Mondo che l'autore descrive con la precisione e l'acutezza di chi sa di cosa sta parlando.
Nota di chisura: mangiare salsiccia e culatello costerà un po'più di fatica dopo aver letto questo romanzo...
 
Di Carmine (del 31/12/2009 @ 17:27:10, in Recensioni, cliccato 144 volte)
Uno dei principali errori che molti comici commettono quando provano la strada del cinema è che anziché "tradurre" le gag in un linguaggio diverso, come quello cinematografico, le "travasano", cioè le spostano sperando che il successo sia lo stesso. Se le battute sono talmente tante e talmente buone da poter reggere un'ora e mezza, il trucco può funzionare: si pensi a "Tre uomini e una gamba" di Aldo, Giovanni e Giacomo. Altrimenti la noia finisce per prevalere anche per gli attori migliori (eravamo in quattro in sala a vedere "Uomo di acqua dolce di Antonio Albanese, e ancora ce ne pentiamo).
"Cado dalla nubi" è un film riuscito perché certo, Checcho canta un paio di volte e il suo personaggio è coerente a quello televisivo: ma l'operazione di traduzione, che è un adattamento, c'è eccome. Intanto sono smussati gli angoli, eliminati i riferimenti sessuali un po' troppo espliciti che possono funzionare su YouTube ma al cinema allontanano le famiglie.
Poi intorno a Checco ci sono tanti personaggi che in alcuni casi gli reggono la scena (come l'indimenticabile zio muratore), in altri quasi gliela rubano, come nel caso di Dino Abbrescia, che pur non rinunciando ad alcuni tratti macchiettistici traccia un personaggio omossessuale credibile e simpatico. Oppure come Marescotti, che finalmente riesce a prendere in giro la casta pura dei leghisti, o ancora un insolito Raul Cremona. Il tutto dà respiro e libera da quel senso di noia tipico dei film in cui il protagonista è sempre in scena. Certo alcune scene sono già viste (chi ricorda Mister Crocodile Dundee che in bagno confonde la cocaina con l'eucalipto, mentre per Checco è gesso? Per non parlare dell'ampolla del Po...) ma il film fa ridere soprattutto quando è "politicamente scorretto" con moderazione (la canzone nel club gay oppure la scena in parrocchia con i ragazzini provenienti da famiglie difficili). Anche la regia aiuta: senza strafare, Nunziante rende Polignano a Mare e Milano due contesti che "partecipano" alla storia. Un po' da cartolina forse, ma si sa che le film commission pagano se fanno bella figura, per cui pazienza se Milano sembra un villaggio maremmano e la Puglia è sempre (e solo) sole, mare ed orecchiette.
Da vedere.
 
Di Carmine (del 30/12/2009 @ 17:22:17, in Recensioni, cliccato 106 volte)
La guerra è brutta e in Africa si suda.
L'ottava vibrazione di Lucarelli è un romanzo storico che colpisce per la cura dei dettagli e l'evidente lavoro di documentazione che l'autore ha compiuto per portare alla luce un affresco corale su un periodo difficile per la storia italiana e colpevolmente trascurato, quello delle campagne d'Africa. Una serie di vicende si intrecciano e contibuiscono a rendere bene il contesto: c'è il contadino meridionale e sempliciotto, l'anarchico che non avrebbe voluto partire, c'è l'aristocrazia annoiata che aspetta di vedere cosa accadrà di questo impero coloniale, ci sono affari sentimentali e anche l'immancabile trama a sfondo giallo, forse una delle più consistenti del romanzo.
Ci sono un paio di scene madri che farebbero la fortuna di una trasposizione cinematografica (la gita in barca, l'insolito uso botanico dell'elmetto, la battaglia finale).
Eppure... eppure qualcosa nell'amalgama non funziona.
Prima di tutto perché Lucarelli osa parecchio sul piano stilistico passando continuamente dalla narrazione al passato al presente: espediente che può rendere immediata la storia e avvolgere il lettore nei fatti, ma che se eccessivo porta ad un senso di straniamento, all'interruzione di quella sospensione dell'incredulità che è necessaria per entrare in una storia senza avere l'impressione, appunto, di stare leggendo. Poi perché l'obiettivo di evitare ogni retorica è apprezzabile, ma rende talmente orribile e osceno il comportamento di buona parte dell'umanità descritta che in alcuni tratti si fa fatica a procedere nella lettura, tanto è il senso di disgusto. Infine, alcuni passaggi - per esempio le pedanti descrizioni glottologiche del diverso modo di parlare l'italiano dei militari, oppure i continui riferimenti al caldo dell'Etiopia - finiscono per rendere lo svolgimento un tantino farraginoso.
E alla fine si resta con l'impressione di aver capito che la guerra è brutta e che in Africa si suda: un po' poco per un grande scrittore come Lucarelli dal quale era lecito aspettarsi un po' di più.
 
Di Carmine (del 04/10/2008 @ 19:40:28, in Recensioni, cliccato 220 volte)
Ecco un film che con ogni probabilità piacerà al pubblico femminile: un gruppo composto da cinque donne e un uomo forma un circolo letterario per discutere dei romanzi della Austen.
Alcune sono amiche da tempo, altri si sono aggiunti, ognuno porta con sè il suo bagaglio di problemi: la giovane lesbica che si lancia in amori sfortunati, la pluri-sposata, la madre di famiglia che si scopre tradita dopo anni di matrimonio. Cosa c'è di femminile in tutto ciò?
C'è una cura esasperata dei dialoghi, a volte a dire il vero un po' teatrali, l'attenzione e il rispetto per i sentimenti dei personaggi - a dire il vero all'inizio un po' troppo stereotipati - e soprattutto l'assoluta assenza di azione. Uno non può aspettarsi una sparatoria o un inseguimento in un film come questo: ma almeno una bella scena d'esterni, una panoramica cittadina, un campo lungo al tramonto.
Niente di tutto questo, siamo di fronte ad un audio-libro al quale sono state aggiunte le immagini. Un'ultima nota struggente: ma ve lo immaginate in Italia un gruppo di amici (o amiche) che si incontra per discutere di letteratura? Un gruppo in cui ognuno si fa carico di leggere un libro e di discuterne con gli altri una volta al mese?
Altro che commedia sentimentale, sarebbe fantascienza...
 
Di Carmine (del 27/08/2008 @ 21:14:56, in Recensioni, cliccato 190 volte)
Ecco un film che non dovete assolutamente perdervi, forse il più divertente dell'anno. Il consiglio sincero però è quello di vederlo con amici o conoscenti, perché avrete bisogno di qualcuno che testimoni che ciò che state vedendo è vero e non il frutto di allucinazioni. Ho riso per due ore fino alle lacrime, ma purtroppo per gli autori, questo non vorrebbe essere un film comico. Dovrebbe raccontare le leggendarie gesta di un popolo di rasta giamaicani che vivono in una specie di Groenlandia fatta di fondi del desktop (forse il Kilimangiaro, ma se vi state ponendo queste domande non avete capito che genere di film vi aspetta) diecimila anni avanti Cristo. Ovviamente esistono mammuth e altre specie che secondo gli scienziati si sarebbero estinte qualche decina di migliaia di anni prima, ma questi sono dettagli. Il popolo fricchettone - la cui tecnologia non ha conosciuto n'è l'età del bronzo nè quella del ferro e arriva a qualche lancia di osso e qualche corda - è costretto a lasciare il suo paese per seguire dei predoni che li condurranno in Egitto. Qui gli sceneggiatori osano l'impensabile perchè arrivano a mostrarci mammuth guidati da uomini che trascinano i massi ecessari a costruire le piramidi sotto l'occhio vigile di un re extraterrestre. Aggiungete alla storia una voce fuori campo tronfia e alcuni momenti letteralmente indimenticabili come quando l'eroe uccide un mammuth perché la bestia inciampando si conficca da sola la lancia in petto (nessun dubbio che si siano estinti se erano così stupidi) e avrete il fim più demenziale, stralunato e delirante degli ultimi dieci anni. Non occorre essere degli storici o degli antropologi per rimanere allucinati dalla faccia tosta con cui gli autori stravolgono le nostre conoscenze (ma in fondo è una favola e va presa come tale, con la stessa accuratezza scientifica di Cappuccetto Rosso). Ma non occorre nemmeno aver studiato semiologia del cinema per rendersi conto che chiamare il grande capo, il guerriero a cui tutti fanno riferimento "Tic Tic" è veramente masochistico, così come avere un personaggio che si chiama Pago che va in giro ripetendo "Io Pago... Io Pago" dimostra che anche i curatori della versione italiana non hanno un master alla Sorbona. Oppure ce l'hanno e ci stanno prendendo per i fondelli. In ogni caso, aspetto il sequel in cui mi aspetto la comparsa di Zorro tra i Babilonesi e la lotta dei gladiatori nel Colosseo contro i dinosauri.
 
Di Carmine (del 15/08/2008 @ 10:54:22, in Recensioni, cliccato 272 volte)
Mestiere da vendere e ottima fotografia per uno dei film più sopravvalutati della stagione. Sean Penn illustra la storia vera di un giovane neolaureato che, complice una coppia di genitori con più di una colpa da farsi perdonare, parte in un lungo giro dell'America che da Atlanta lo porterà in Messico, poi a Los Angeles e infine in Alaska. Paesaggi mozzafiato, voce narrante fuoricampo, facile lirismo per un film troppo lungo dove tutto si prevede con largo anticipo, anche la noia. Il montaggio che alterna gli ultimi giorni con lunghi flashback del viaggio vorrebbe dare un po' dio brio ad una struttura pachidermica troppo pesante per prendere mai il volo.
 
Di Carmine (del 29/06/2008 @ 21:04:27, in Recensioni, cliccato 243 volte)
Sabato scorso ho assistito allo spettacolo dalo vivo di Dado Tedeschi a Ca' de Mandorli, a Bologna. Visto che lo spettacolo era gratuito, il minimo che possa fare per sdebitarmi è una recensione. Comincio col dire che, per chi non l'avesse mai visto a Zelig Off, Dado ha il phisique du role per il cabaret: rotondo e pelato, ispira simpatia al primo sguardo. Ed è bravo: ha il ritmo frenetico e martellante di chi ha imparato i tempi stringati della televisione, la capacità di improvvisare e interagire con il pubblico, una gamma di argomenti che spaziano dal quotidiano ai ricordi di bambino, dall'immancabile momento sul sesso all'autobiografia vera o falsa. Un'ora di risate e divertimento, insomma, con un bel finale che dimostra le capacità autorali di Dado e non solo quelle di uomo di palcoscenico. Una battuta da citare? Ti accorgi di essere diventato vecchio quando ti cade una monetina da dieci centesimi per terra e lasciandola lì ti dici: ma sì...". Alzi la mano chi ha vissuto l'esperienza...
 
Di Carmine (del 27/04/2008 @ 13:31:39, in Recensioni, cliccato 185 volte)
Storditi da squadre di polizia, distretti e capitani che supereroeggiano sugli schermi televisivi rispettando i tempi delle pubblicità e senza richiedere mai uno sforzo interpretativo eccessivo alla telespettatrice che stira mentre segue la fiction, potremmo aver dimenticato che c'è un altro modo di raccontare storie gialle.
Il modo del cinema, quello vero, quello che sta agli sceneggiati televisivi come le lasagne stanno all'hamburger: e questo mondo vive tutto ne "La ragazza del lago", giustamente ricoperto di David (da non pronuciare "Devid" come alcune vallettone televisive che hanno preparato il loro curriculum più sulla costa smeralda che in una università) di Donatello.
Un film dove, tanto per cominciare, il paesaggio non è stucchevole cartolina pieno di stereotipi. Non ci sono preti simpatici e nemmeno agenti di polizia un po' stupidi ma volenterosi. Non ci sono neppure madri di famiglia energiche e popolari. Ci sono lunghi silenzi, riflessi spettrali sul lago, sentimenti non espressi, ricordi che non vogliono andare via. Ci sono quei sensi di colpa che la cultura televisiva si ostina pervicacemente a ostacolare, vedi alla voce "chissenefrega" di tanti psicologi d'accatto e da salotto.C'è il dolore della malattia e dell'incapacità di ricoprire un ruolo che gli altri si aspettano da noi. C'è la disperata consapevolezza che non c'è scritto da nessuna parte che domani è un nuovo giorno e andrà meglio. Bravi gli attori, su tutti Toni Servillo ma anche Valeria Golino, che nei ruoli importanti ma da non protagonista dà il meglio di sè.
Andate a vederlo, ma senza patatine e popcorn da sgranocchiare, che non è il caso...
 
Di Carmine (del 05/04/2008 @ 20:07:01, in Recensioni, cliccato 152 volte)
Abituati come siamo a immaginare le commedie ambientate a Roma, Londra o New York, potrebbe risultare a qualcuno sorprendente l'idea di vederne una girata a Beirut.
Una Beirut che per una volta non è macerie, morte e miseria, ma sfondo a suo modo romantico delle vicende che girano intorno ad un salone di bellezza. C'è la bella mora che vive un amore impossibile con un uomo sposato (scommettiamo che si ravvederà e scoprirà il vero amore?), c'è l'anziana donna che sacrifica tutta la sua vita alla cura di una madre inferma. E c'è la clinica che ridona la verginità a chi l'ha persa sulla strada del matrimonio.
Ma ci sono anche tematiche, come dire, più occidentali, come la ricerca del facile successo televisivo (tra i momenti più divertenti del film ci sono i protagonisti di una donna che non vuole accettare lo scorrere del tempo) o la negazione forzata della propria omosessualità. Il tutto intriso, va detto, di sapiente cinematografia francese che alterna con un montaggio accurato le varie storie e riesce a tenere viva l'attenzione con una fotografia colorata e una sapiente gestione della sceneggiatura, con la battuta simpatica al momento giusto.

Divertente e consigliabile. Onde evitare equivoci: il caramello del titolo non è la solita leccornia post Chocolat per conquistare gli uomini con la gola, ma un impasto che le donne orientali usano al posto della ceretta.
 
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